Turismo in Italia, forse una delle poche cose che funziona!

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C’è un’Italia che i turisti fotografano e un’Italia in cui gli italiani vivono. Ho messo in fila i numeri di Eurostat, OCSE e Istat, e il risultato è un paradosso: siamo primi al mondo a tavola e ultimi in Europa al lavoro.

Il turismo viene spesso indicato come la causa dei problemi delle nostre città: affitti alle stelle, centri storici svuotati, lavoro povero. I dati suggeriscono un’altra lettura. Il turismo è soprattutto lo specchio di un Paese che non cresce, e il Sud ne è la forma più acuta.

L’Italia che vede il turista

Partiamo da ciò che va benissimo. Secondo TasteAtlas, che raccoglie i voti degli utenti, la cucina italiana è la migliore del mondo nel 2025: prima su 100, davanti a Grecia, Perù e Spagna. Sei delle dieci città dove si mangia meglio sono italiane, con Napoli in testa e poi Milano, Bologna e Firenze.

I turisti lo sanno. Nel 2025 l’Italia ha registrato 479 milioni di presenze, un record. In estate il tasso di riempimento delle strutture è stato il più alto d’Europa, il 40%, davanti a Spagna e Francia.

La pizza con vista sul Vesuvio, insomma, non è mai stata così richiesta.

L’Italia in cui viviamo

Poi si esce dal ristorante e si guardano le classifiche europee. Su lavoro, competenze e redditi l’Italia non è in fondo per caso: ci sta da anni, spesso in compagnia di Grecia e Romania.

Indicatore Italia Media UE Posizione
Occupazione 20-64 anni (2025) 67,6% 76,1% 27ª su 27
Occupazione femminile 15-64 anni (2024) 53,2% 66,3% 27ª su 27
Neolaureati e neodiplomati che lavorano (2023) 67,5% 83,5% 27ª su 27
Laureati 30-34 anni (2023) 29,2% 43,9% 26ª su 27
Crescita del PIL reale 2004-2024 +5% +29% 26ª su 27
Reddito disponibile reale per abitante, 2008-2024 −4% +14,3% 26ª su 27
Lettura e comprensione degli adulti (OCSE, 2023) 245 punti 260 (media OCSE) 26ª su 31

Il dato che più di tutti spiega il resto è quello sui salari.


Secondo l’OCSE, tra il 1990 e il 2025 il salario reale medio italiano è sceso del 2%. In Germania e in Francia, nello stesso periodo, è salito del 35%.


C’è poi un numero che fa più male di tutti: il 35% degli adulti italiani è al livello più basso di comprensione di un testo, contro il 26% della media OCSE. È quello che si chiama analfabetismo funzionale.

Due Italie nello stesso Paese

La media nazionale nasconde una frattura. Nel 2025 il 22,6% degli italiani era a rischio di povertà o esclusione sociale, poco sopra la media UE del 20,9%. Ma al Nord la quota è dell’11,3%, al Sud del 37,4%, nelle Isole del 40,5%.

Su 243 regioni europee, la Calabria (45,3%) è la seconda più povera e la Sicilia (44%) la terza. Davanti c’è solo la Guyana francese, un territorio d’oltremare in Sud America. Escludendo l’oltremare, sono le due regioni più povere d’Europa. Subito dopo viene la Campania, con il 41,2%.

All’altro capo del Paese, Bolzano (7%) e la Valle d’Aosta (5,6%) hanno livelli di povertà da Nord Europa. Tra Calabria e Valle d’Aosta ci sono quasi 40 punti di distanza: uno dei divari interni più ampi dell’Unione.

È in questo Sud che il turismo è diventato un’ancora di salvezza, spesso l’unica alternativa all’emigrazione.

Il turismo come specchio

I numeri del settore raccontano la stessa storia dei salari. Secondo l’Istat il turismo vale circa il 10% del PIL e dà lavoro al 14,4% degli occupati. Ma la sua produttività è circa il 30% sotto la media nazionale.

Alloggio e ristorazione sono il settore privato peggio pagato d’Italia: in media 11.233 euro l’anno nel 2024, secondo l’INPS. In tutta l’Unione è il settore con la quota più alta di lavoratori a basso salario, il 35,1%.

Chi ha disponibilità economica apre una rosticceria o un B&B, chi non può finisce per lavorarci. Vale per tutto il Paese, e il Sud ne è solo la versione più estrema. Un’economia che cresce soprattutto grazie al turismo è un’economia che non riesce a crescere altrove.

Questo non significa che il turismo sia innocente. Fa salire gli affitti, svuota i centri storici e assorbe lavoratori in impieghi poco qualificati. Ma la spinta verso una monocoltura turistica nasce da ciò che manca, non da ciò che c’è.

Che cosa manca

Ciò che manca si vede in quanto investiamo nel futuro. Sono questi i settori che, altrove, creano i lavori ben pagati che qui non ci sono.
Scuola. L’istruzione vale il 7,3% della spesa pubblica italiana, contro il 9,6% della media UE: ultimi su 27. In rapporto al PIL spendiamo il 4,1%, contro il 4,7% europeo.


Ricerca. Investiamo in ricerca e sviluppo l’1,40% del PIL, contro il 2,2% della media UE e il 3,1% della Germania.


Sanità. La spesa sanitaria pubblica per abitante è la più bassa del G7. Lo Stato tedesco spende per ogni cittadino il doppio di quello italiano.


Demografia. Con un’età mediana di 49,1 anni siamo il Paese più vecchio dell’Unione. Le madri hanno il primo figlio a 31,9 anni, l’età più alta d’Europa.


Poi c’è la qualità delle istituzioni, che decide dove finiscono le poche risorse destinate allo sviluppo. Anche qui le classifiche non sono rassicuranti. Per corruzione percepita siamo 19esimi su 27 (Transparency International, 2025).


Per libertà di stampa siamo 23esimi su 27 e in tre anni abbiamo perso 15 posizioni nella classifica mondiale (Reporter senza frontiere, 2026).

Cosa chiedere al turismo

Il turismo non è il nemico. In molte aree del Sud è l’unica economia che funziona, e sarebbe ipocrita chiedere a chi ci vive di rinunciarvi. Ma non possiamo chiedergli di fare ciò che non può: pagare stipendi europei, trattenere i laureati, sostituire l’industria e la ricerca che non ci sono.

Si può però chiedere che una parte della ricchezza che genera torni ai territori, in servizi, trasporti e case per chi ci abita. E si può chiedere di puntare sulla qualità e non solo sui numeri. Il resto spetta a scuola, ricerca e lavoro, cioè a quello che i dati mostrano come il vero ritardo.

Siamo primi al mondo a tavola e ultimi in Europa al lavoro. Un Paese che vive solo della propria bellezza rischia di diventare un bellissimo museo, con gli stipendi di chi ci fa da custode.

Fonti

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